
Il 16 agosto 1972, un giovane subacqueo dilettante di Roma, Stefano Mariottini, s’immerge nel Mare Jonio, al largo di Marina di Riace, in provincia di Reggio Calabria. Durante l’immersione scorge casualmente, a 8 metri di profondità, alcuni reperti archeologici in bronzo, semisepolti nella sabbia. Mariottini allerta le autorità competenti.
Passano 5 giorni prima che i carabinieri del nucleo sommozzatori recuperino la prima statua il 21 agosto, grazie a un grosso pallone di plastica gonfiato con l’aria di alcune bombole. Il 22 agosto si procede al recupero della seconda statua: le operazioni sono difficili e il reperto, pesante e ricoperto di depositi, ricade sul fondo del mare. Alla fine, le operazioni di salvataggio riescono.
Dopo numerosi interventi di restauro, dopo un’accurata pulizia interna e un complesso trattamento anti-corrosione, nel 1995 i Bronzi di Riace approdano definitivamente al Museo archeologico di Reggio Calabria (www.museonazionalerc.it). L’autore o gli autori delle due statue, la datazione e il contesto originario sono ancora dati controversi che sollecitano numerose discussioni tra gli studiosi. Non sono però le uniche. Stefano Mariottini, nella denuncia ufficiale di ritrovamento, dichiara di aver scorto sott’acqua “un gruppo di statue” (non solo due) e parla della presenza di uno scudo al braccio sinistro di uno dei due bronzi. Dov’è lo scudo? C’era veramente qualcos’altro sott’acqua? E soprattutto, dove sono gli elmi descritti nel verbale di recupero redatto da Pier Giorgio Guzzo, all’epoca Ispettore della Soprintendenza Reggina?
Le conclusioni redatte nel 2004 dalla Commissione di studio e ricerche sui Bronzi, un gruppo italo-americano, lasciano aperte alcune ipotesi inquietanti. Lo scrittore e giornalista calabrese Giuseppe Braghò ha indagato a lungo sulla vicenda ed è giunto alla conclusione che le statue fossero tre e che la sabbia nascondesse anche due scudi e una lancia.
Tutti scomparsi e forse illegalmente venduti a qualche museo estero. Verità nascoste o false illazioni? Tre sono le inchieste ancora aperte.
Passano 5 giorni prima che i carabinieri del nucleo sommozzatori recuperino la prima statua il 21 agosto, grazie a un grosso pallone di plastica gonfiato con l’aria di alcune bombole. Il 22 agosto si procede al recupero della seconda statua: le operazioni sono difficili e il reperto, pesante e ricoperto di depositi, ricade sul fondo del mare. Alla fine, le operazioni di salvataggio riescono.
Dopo numerosi interventi di restauro, dopo un’accurata pulizia interna e un complesso trattamento anti-corrosione, nel 1995 i Bronzi di Riace approdano definitivamente al Museo archeologico di Reggio Calabria (www.museonazionalerc.it). L’autore o gli autori delle due statue, la datazione e il contesto originario sono ancora dati controversi che sollecitano numerose discussioni tra gli studiosi. Non sono però le uniche. Stefano Mariottini, nella denuncia ufficiale di ritrovamento, dichiara di aver scorto sott’acqua “un gruppo di statue” (non solo due) e parla della presenza di uno scudo al braccio sinistro di uno dei due bronzi. Dov’è lo scudo? C’era veramente qualcos’altro sott’acqua? E soprattutto, dove sono gli elmi descritti nel verbale di recupero redatto da Pier Giorgio Guzzo, all’epoca Ispettore della Soprintendenza Reggina?
Le conclusioni redatte nel 2004 dalla Commissione di studio e ricerche sui Bronzi, un gruppo italo-americano, lasciano aperte alcune ipotesi inquietanti. Lo scrittore e giornalista calabrese Giuseppe Braghò ha indagato a lungo sulla vicenda ed è giunto alla conclusione che le statue fossero tre e che la sabbia nascondesse anche due scudi e una lancia.
Tutti scomparsi e forse illegalmente venduti a qualche museo estero. Verità nascoste o false illazioni? Tre sono le inchieste ancora aperte.
