Si vuole che il primo nome della Calabria fosse stato "Aschenazia" dal suo primo abitatore "Aschenez", nipote di Jafet, figlio di Noe'. Egli sarebbe approdato sulla costa dove ora sorge Reggio Calabria, che, a perenne memoria dell'ipotetico avvenimento, ha intitolato a lui una strada: "via Aschenez ".

21 novembre 2012

Da brigante a emigrante: tutta un’altra storia

Girolamo Giannotta è nato a Staiti (RC) nel 1957 e vive a Nicotera (VV). Medico pediatra si è specializzato presso l’Istituto Gaslini di Genova ed è autore di varie pubblicazioni scientifiche tra cui “La nutrizione del lattante” e “I disregolatori endocrini ambientali: una correlazione tra dieta e tumori”.
"Da brigante a emigrante: tutta un'altra storia" è un saggio sull'annessione dell'Italia meridionale al Piemonte e su due fenomeni ad essa legati e conseguenti come il brigantaggio prima e l'emigrazione poi. Una rivisitazione della storia del nostro Risorgimento vista dalla parte delle popolazioni del Sud con aspetti poco noti e spesso trascurati dalla storiografia ufficiale.
In questo libro vengono evidenziate una serie di vicende mai riportate dalla storiografia ufficiale. si parte dall'analisi della situazione economica del regno dei Borbone per arrivare a scoprire che le basi su cui è stata eretta l'unità d'Italia poggiavano anche su mafia siciliana e camorra napoletana. La predazione delle risorse di questo ricco regno furono alla base delle questione meridionale che non potrà cessare perché il drenaggio delle sue risorse continua ad essere consistente.

27 ottobre 2012

A Catanzaro il primo istituto scolastico intitolato a Giorgio Gaber

Catanzaro e' la prima citta' italiana ad intitolare una scuola a Giorgio Gaber, il grande ''Signor G'', uno dei maggiori artisti italiani (cantante, autore, attore teatrale). Da ieri, il plesso scolastico del quartiere Sant'Antonio (fa parte dell'Istituto Comprensivo Mater Domini) si chiama Scuola ''Giorgio Gaber''. A scoprire la targa sono stati il sottosegretario alla pubblica istruzione Marco Rossi Doria, il sindaco Sergio Abramo, il presidente della Fondazione Gaber Paolo Dal Bon, l'assessore comunale all'istruzione Patrizia Carrozza e il dirigente dell'istituto, prof. Loredana Cannistra'.
La cerimonia si e' svolta ieri poco prima dell'inizio della cerimonia di apertura dell'anno scolastico in programma al Teatro Politeama. La scopertura della targa dedicata a Gaber e' stata preceduta, nel pomeriggio del 24 ottobre, da una lezione-spettacolo dedicata al Signor G., curata e ideata dal giornalista e critico musicale e teatrale Andrea Pedrinelli. Tale idea e' stata presentata per la prima volta al teatro Carcano di Milano all'indomani della scomparsa dell'artista, diventando poi negli anni un progetto divulgativo per le scuole, rivolto, quindi, soprattutto ai giovani e agli studenti con il fine di far conoscere loro l'arte di Giorgio Gaber. ''Nessuna scuola di Italia prima d'ora - ha affermato il sindaco Sergio Abramo - era stata intitolata alla memoria di un artista che ha avuto il merito di aver regalato intense emozioni ad intere generazioni. Sono orgoglioso che una targa dedicata a un personaggio di puro genio come lui, che nella vita e' riuscito ad eccellere come cantautore, commediografo, regista teatrale e attore teatrale e cinematografico, fra pochi giorni andra' ad impreziosire una struttura della citta' di Catanzaro''.

L'intitolazione di una scuola a Giorgio Gaber e' una cosa assolutamente nuova ed emozionante - ha spiegato l'assessore alla pubblica istruzione, Patrizia Carrozza -. Sono stati a lui dedicate vie e anche altri luoghi, ma mai una scuola. Ricordare chi ha lasciato una traccia di se' indelebile e' un gesto importante e, sono certa, fornira' agli studenti un incentivo per avvicinarsi e conoscere un artista capace di affascinare chiunque, anche generazioni molto distanti da lui come quelle dei giovani di oggi".

17 ottobre 2012

Ponte50: cinquant'anni del Ponte Morandi.

Assieme al “Cavatore”, l’opera di Giuseppe Rito che fa bella mostra di sé in Piazza Matteotti, il Viadotto “Bisantis” – conosciuto ai più come Ponte Morandi – può essere certamente considerato un simbolo della città di Catanzaro. Non soltanto per la sua imponenza che affascina ma anche per la funzione che lo stesso ha svolto, nel capoluogo,  in tema di viabilità. Quest’anno ricorrono i cinquant’anni del suo completamento e Catanzaroinforma, l’Ordine degli Architetti, quello degli Ingegneri della provincia di Catanzaro e il Liceo Scientifico “Siciliani” si sono fatti promotori di un comitato – chiamato “Ponte 50” – che sta allestendo una serie di iniziative per celebrare l’infrastruttura.

Un comitato aperto alla partecipazione degli enti, delle associazioni, dei semplici cittadini che vorranno contribuire alla raccolta di materiale utile per ricostruire la storia del “gigante”. In particolare, per la fine del mese di ottobre sarà organizzata una mostra fotografica e di materiale documentaristico con la quale si vogliono offrire testimonianze della sua costruzione, ma anche riproporre attraverso aneddoti e il racconto di qualche protagonista dell’epoca, l’atmosfera della Catanzaro di quei tempi.   Per questo invitiamo tutti coloro che posseggono immagini, che hanno vissuto in prima persona la realizzazione dell’opera – magari perché vi hanno lavorato - o che custodiscono qualsiasi materiale utile a  quanto detto, di contattarci. Ripercorreremo insieme la storia del nostro magnifico ponte e la faremo conoscere a quanti la ignorano. A partire dai catanzaresi stessi.

La Mostra e Convegno per i 50 anni del Viadotto sulla Fiumarella si terranno presso il Museo MARCA a Catanzaro dal 26 ottobre  al 11 novembre 2012.

Saverio Strati, il grande scrittore dimenticato dalla Calabria

La memoria non è solo del passato ma è anche di un presente prezioso e vitale avvolto nell’oblio e che dunque merita di essere riscoperto. Ecco perché la rubrica ospita, in questa occasione, un articolo su Saverio Strati, lo scrittore calabrese tra i più grandi del novecento ancora vivente, che ha compiuto 88 anni lo scorso 16 agosto e che da oltre mezzo secolo vive ‘lontano’ dalla Calabria, nel fiorentino. Nato a Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, Saverio Strati, insignito del premio Campiello nel 1977 con “Il Selvaggio di Santa Venere”, non ha conosciuto i tributi e gli onori che invece avrebbe meritato ma soprattutto non ha goduto e non gode ancora di un’adeguata conoscenza da parte degli stessi calabresi.
Dal 1964 vive a Scandicci, alle porte di Firenze in condizioni di indigenza da qui l’iniziativa nel 2009 del ‘Il Quotidiano della Calabria’, di chiedere per lo scrittore della piccola cittadina jonica reggina i benefici della Legge Bacchelli che dispone l’erogazione di un vitalizio straordinario per quei cittadini che si siano distinti in un ambito del sapere o del fare, dunque delle eccellenze, che versino in condizioni di difficoltà economiche. Lo scrittore calabrese scrisse al quotidiano una lunga lettera di cui riportiamo la parte finale: ‘Con i premi di cui ho detto e la vendita dei libri avevo risparmiato del denaro che ho usato in questi anni di silenzio e di isolamento. Ora quel denaro è finito e io, insieme a mia moglie, mi trovo in una grave situazione economica. Perciò chiedo che mi sia dato un aiuto tramite il Bacchelli, come è stato dato a tanti altri. Sono vecchio e stanco per il tanto lavoro. Sono sotto cura, per via della pressione alta. Esco raramente per via che le gambe a momenti mi danno segni di cedere. Nonostante questi guai porto avanti il mio diario cominciato nel 1956. Ho inediti, fra racconti e diario, per circa 5000 pagine. La mia residenza è a Scandicci’.
Dopo la significativa campagna di sensibilizzazione del giornale calabrese e una lunga trafila burocratica, il beneficio della legge Bacchelli viene concesso dal Consiglio dei Ministri nel dicembre del 2009.  La sua regione, la Calabria, lo conosce poco ma quella parte che lo conosce non lo ha mai dimenticato e, prima che la legge Bacchelli nazionale fosse operativa anche per lui, il consiglio regionale varò la cosiddetta Bacchelli calabrese che riconosceva a Saverio Strati un assegno vitalizio annuo in quanto calabrese illustre. Inoltre la stessa Regione ha deciso, alcuni anni fa, di investire sulla cultura e sulle eccellenze calabresi acquistando i diritti di “Cari parenti” affinchè fosse ristampato e divulgato dalle biblioteche delle scuole calabresi al fine di dare spazio e voce ad un illustre conterraneo troppo a lungo ingiustamente e colpevolmente ignorato.
Alcuni suoi romanzi hanno fatto il giro del mondo e sono stati tradotti in francese, in inglese, in tedesco, in bulgaro, e in slovacco e in spagnolo e alcuni suoi racconti sono apparsi in riviste cinesi e in antologie dedicata alla narrativa contemporanea italiana: in Germania, in Olanda, in Cecoslovacchia e in Cina.
Strati inizia a riordinare i primi racconti, che andranno a formare il suo primo volume pubblicato La Marchesina, nel 1956, il suo primo libro sulla ndrangheta in cui ne racconta riti, formule, pensieri e azioni dei clan calabresi, poi ripresi e approfonditi nel 1967 quando l'ex 'ndranghetista Serafino Castagna affida a un libro scritto con Antonio Perria intitolato "Tu devi uccidere", e pubblicato dall'editrice ‘Il momento’ di Milano. Siamo in tempi in cui non solo non si conosceva il fenomeno mafioso calabrese al di là dei confini regionali, ma neppure lo si nominava. Furono i personaggi dei romanzi di Saverio Strati come Leo ne “Il Selvaggio di Santa Venere” (Mondatori, Milano) e prima ancora quelli de “La Marchesina” ad introdurlo, poco dopo la pubblicazione dell’articolo del poeta-scrittore e giornalista di San Luca Corrado Alvaro, sul Corriere della Sera del 17 settembre 1955. Fu allora che si parlò per la prima volta di ‘ndrangheta fuori dai confini della Calabria. “Per la confusione di idee che regnava fra noi a proposito di giustizia e d’ingiustizia, di torto e di diritto, di legale e di illegale, per gli abusi veri e presunti di chi in qualche modo deteneva il potere, non si trovava sconveniente accompagnarsi con un ‘ndranghitista”. Solo nel mese di ottobre 1955 la parola ‘ndrangheta finì in Parlamento. Solo nel 2010 sarebbe stata introdotta, con indicazione specifica, nel codice di procedura penale.
Ma torniamo alla ‘Marchesina’ la cui pubblicazione fu molto caldeggiata dal suo docente presso l’Università di Messina, il critico letterario Giacomo Debenedetti che in persona presentò ad Alberto Mondadori, a Milano, il suo lavoro. Siamo appunto nel 1956, quando cominciò a lavorare anche alla stesura del suo primo romanzo La Teda che avrebbe visto la luce con gli stessi caratteri nel 1957 e che sarebbe stato seguito da Tibi e Tascia nel 1959. Al seguito della moglie Hildegard Fleig, si recò in Svizzera dove scrisse gli altri due romanzi Mani Vuote e Il Nodo pubblicati rispettivamente nel 1960 e nel 1966. Sempre qui venne concepito e prese forma Noi Lazzaroni pubblicato nel 1972.
“Settembre con le sue belle giornate sen’era andato e s’era presentato ottobre con tanti colori diversi e anche tanta frescura e mille profumi di uva, pere e fichi.
Negli ultimi giorni di questo mese piovve parecchio. La terra s’imbrosacò, o inzuppò, s’ammollò parecchio e zappare era assai più pesante che trascinare la croce la sera del venerdì santo. Lavoravamo con piccone per poter pulire perbene la terra dalle erbacce. Non avevamo più unghie, dato che ad ogni colpo ci toccava levare manate di gramigna, di radici di pulicarie, di menta selvatica, di ortiche e di tante altre schifezzerie che divorano le sostanze della terra. Dietro di noi c’erano mucchi di zavorra. Montagne. La terra coltivata ne era letteralmente coperta” (da “Il selvaggio di Venere”).
L’opera di Saverio Strati è un continuo tributo alla sua terra, alla fatica necessaria per lavorarla. Un racconto che si dipana attraversando l’Italia sul filo di una riconciliazione con la cultura di origine che non solo ha dato i natali al suo talento ma che lo ha anche reso fervido nel tempo. La solitudine, l’isolamento, le rinunce e poi il distacco dalla Calabria, l’emigrazione, specchio oggi più di ieri dell’identità di una società in continuo movimento, è metafora di quello sradicamento la cui portata si scopre passo dopo passo e mai al momento della partenza.
fonte: Strill.it

08 settembre 2012

Dal Pollino all'Aspromonte, il tartufo è 'made in Calabria'

Non solo nelle Langhe in Piemonte o nei boschi dell'Umbria. Ma anche sui monti del Pollino e della Sila, e sulle pianure di Sibari. Per i più è una novità, ma il tartufo in Calabria è da tempo una realtà, con decine e decine di chili raccolti nelle stagioni migliori. "In Calabria il tartufo -racconta a Labitalia Franco Tomaino, cercatore di tartufo di San Bernardo di Decollatura, in provincia di Catanzaro- c'è sempre stato, solo che è stato poco conosciuto e valorizzato. Ci sono addirittura otto varietà di tartufo. Io mi sto battendo da anni in tal senso -aggiunge- e devo dire che ho trovato l'appoggio di ristoranti come la 'La Rosa nel bicchiere' di Soveria Mannelli che hanno deciso di puntare su questo prodotto".
Prodotto che, vista la composizione del terreno calabrese, 'spunta' in determinate zone. "In Calabria il terreno -spiega- è a prevalenza acida con piccole macchie calcaree. Ed è qui che crescono i tartufi. In particolare sul Pollino, in Aspromonte, sulle Serre, in provincia di Catanzaro, in Sila, in alcune zone pianeggianti a Sibari e Pizzo e anche in provincia di Crotone".

Con raccolti che possono raggiungere risultati importanti. "Nelle annate buone -spiega Tomaino- un cercatore di tartufi professionista può arrivare a raccogliere anche dieci chili di tartufo a settimana; in alcune, come quella di quest'anno, se si riesce a portare a casa un chilo e mezzo ci si può ritenere fortunati, visto che in montagna ha piovuto pochissimo".

Anche se dipende dalle diverse qualità. "Il tartufo -racconta- si raccoglie tutto l'anno, specie nel periodo invernale e primaverile, ma buone quantità si trovano anche d'estate e d'autunno. Dipende dalle diverse specie. Per alcune varietà, come il nero estivo e il bianchetto, si può arrivare a raccoglierne grandi quantità, per altre come il bianco, che è raro dovunque, si parla invece di quantità molto piccole".

Ma quanti sono i 'cercatori' del prezioso tubero in Calabria? "I cercatori professionisti, e cioè coloro -spiega- che raccogliendo il terreno capiscono subito se vi può crescere il tartufo, sono pochi. Ma la passione si sta diffondendo sempre di più".

E non sono pochi i ristoranti calabresi che servono questo prelibato prodotto della terra sulle loro tavole. "Ci sono tanti ristoranti di alto livello in Calabria che acquistano i miei tartufi -spiega Tomaino- come appunto la 'Rosa nel bicchiere' di Soveria Mannelli, 'Dattilo' di Strongoli, 'L'oasi' di Gizzeria. La passione per il tartufo si sta diffondendo. E anche i turisti, che magari, all'inizio, sono diffidenti sul prodotto, poi si ricredono e ne riconoscono l'alta qualità".

Quindi il prezioso tubero 'parla' anche calabrese, come spiega a Labitalia Orazio Lupìa, chef della 'Rosa nel bicchiere' della famiglia Rubbettino. "Io in passato -spiega- utilizzavo tartufo di Norcia e di Alba, da questo anno invece utilizzo per i miei piatti solo prodotti calabresi. Non faccio i tradizionali tagliolini al tartufo -continua- ma lo utilizzo bensì come supporto a nostri piatti tipici locali, rivisti naturalmente in ottica moderna".

"Ad esempio, da poco -aggiunge- ho ideato la caloppa di suino nero glassata alle noci con medaglioni di tartufo nero e cicorietta di campo. Quindi prodotti del nostro territorio con il valore aggiunto del tartufo, che è anch'esso un prodotto della nostra terra. Ormai utilizzo il tartufo in tutti i piatti, e a breve anche nel dessert". Una pietanza 'nuova' per la Calabria, e anche per i turisti che arrivano nella regione. "All'inizio sono un po' sorpresi -racconta Lupìa- perchè non si aspettano di trovare in Calabria il tartufo, ma va semplicemente stimolata la loro curiosità, e gli va spiegato che anche questo è un prodotto della nostra terra".

E la qualità del tartufo 'made in Calabria' ha varcato anche i confini regionali, come racconta Tomaino. "L'anno scorso a Natale aziende umbre hanno preferito acquistare il mio tartufo nero, varietà uncinatum, a 300 euro al chilo -conclude- piuttosto che quello piemontese, che andava a 250 euro al chilo, perchè i clienti preferivano appunto quello calabrese".